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DIMISSIONI PER “GIUSTA CAUSA” del LAVORATORE

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Cosa sono.

Molto spesso si dice impropriamente che il lavoratore “si licenzia”. In realtà, è una forma scorrettta, in quanto il “licenziamento” è l’interruzione del rapporto di lavoro da parte del datore di lavoro, mentre quando l’interruzione avviene per iniziativa del lavoratore si parla di “dimissioni“.Le dimissioni per “giusta causa” si hanno quando il lavoratore mette fine al rapporto di lavoro (dà le proprie dimissioni) per un fatto addebitabile al datore di lavoro, idoneo ad integrare la condizione d’improseguibilità del rapporto di lavoro, ovvero che lo “costringe” a dimettersi. Dunque, si tratta di una perdita dal lavoro solo apparentemente volontaria perchè in realtà è stata indotta da una grave violazione dei doveri del datore di lavoro.

 

Le ipotesi che, per giurisprudenza consolidata, integrano la “giusta causa” di dimissioni sono:

 

  1. aver subito molestie sessuali da parte del datore di lavoro o ingiurie, offese ecc..;
  2. il mancato o ritardato pagamento dello stipendio (il ritardo deve essere apprezzabile, ovvero tale da recare disagio e mettere in difficoltà economica il dipendente e non essere una prassi tollerata in precedenza dal lavoratore);
  3. l’omesso versamento dei contributi previdenziali;
  4. il mobbing;
  5. il demansionamento;
  6. pretesa da parte del datore di lavoro di prestazioni illecite da parte del lavoratore.

 

 

Come si rassegnano le dimissioni per giusta causa.
Per rassegnare le dimissioni – a far data dall’entrata in vigore del Jobs Act, quindi dal 2015 – il lavoratore deve seguire un’apposita procedura telematica a disposizione sul sito dell’Inps (dimissioni on line).
A differenza del licenziamento, le dimissioni possono anche essere non motivate, tuttavia per potere beneficiare delle conseguenze favorevoli previste in caso di recesso per “giusta causa” di cui si dirà dopo è necessario che il lavoratore invochi la “giusta causa” di dimissioni contestualmente alla comunicazione di recesso.
Non è necessario dare il c.d. preavviso (previsto dai CCNL per il caso di recesso dal rapporto di lavoro non assistito da “giusta causa”), ovvero, chi si dimette per “giusta causa” può cessare di lavorare immediatamente dopo la comunicazione di recesso senza vedersi addebitata l’indennità sostitutiva di preavviso.

 

Quali sono le conseguenze favorevoli per il lavoratore in caso di dimissioni per giusta causa ?
In caso di dimissioni dal lavoro per “giusta causa”, il lavoratore ha diritto a:

 

  1. percezione dell’indennità sostitutiva di preavviso prevista dal CCNL;
  2. percezione della Naspi, ovvero, dell’indennità di disoccupazione Inps (a differenza che nelle ipotesi di dimissioni volontarie non assistite da “giusta causa”), in quanto trattasi di perdita di lavoro per ragioni indipendenti dalla propria volontà (ovvero obbligata dalla violazione del datore di lavoro); insieme alla domanda di Naspi il lavoratore dovrà allegare una autocertificazione a norma di legge in cui dichiara la sua volontà di “difendersi in giudizio” nei confronti del datore di lavoro e/o lettere e atti che attestano tale volontà e impegnarsi a comunicare l’esito del contenzioso giudiziale o stragiudiziale con il datore di lavoro (se l’esito della controversia non riconosce la “giusta causa” di dimissioni l’Inps recupererà la Naspi eventualmente corrisposta);
  3. risarcimento del danno che la perdita del lavoro involontaria (obbligata) gli ha cagionato;
  4. alla percezione del “reddito di cittadinanza” (ove sussistano, insieme alla disoccupazione involontaria, i requisiti reddittuali previsti dalla normativa).

 

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AUTORE - Marcello Albini