Buona Uscita per la cessazione del rapporto di Lavoro
La c.d. “buona uscita” per la cessazione del rapporto di lavoro consiste in una somma di denaro (di maggiore o minore entità a seconda dei casi) che si aggiunge al TFR e che il datore di lavoro, al ricorrere di determinati presupposti, può essere indotto a corrispondere al lavoratore che sta per risolvere il proprio rapporto di lavoro.
Tale riconoscimento economico è strettamente correlato a specifiche ipotesi di contenzioso, in essere e/o anche solo potenziale, con il datore di lavoro: quest’ultimo, per prevenire o evitare la prosecuzione del contenzioso giudiziario (con rischi e costi conseguenti), garantisce al lavoratore un riconoscimento economico a fronte della rinuncia a coltivare le proprie pretese.
Le ipotesi più ricorrenti (ma non esaustive) di potenziale contenzioso che possono sfociare nel riconoscimento di una buona uscita sono:
- il lavoratore che impugna il licenziamento reputandolo senza giusta causa e/o senza giustificato motivo oggettivo;
- il lavoratore che ha svolto una mansione che gli dà diritto all’inquadramento in un livello superiore (secondo i CCNL), con conseguente diritto alle differenze retributive maturate;
- il lavoratore che lamenta mancati pagamenti di alcuni stipendi;
- il lavoratore che ha subito comportamenti mobbizzanti, stressogeni o comunque scorretti da parte dell’azienda;
- il lavoratore trasferito di sede senza giustificato motivo.
Questi casi possono giustificare un’impugnativa legale e/o una richiesta di risarcimento da parte del lavoratore, a fronte della quale il datore di lavoro può essere indotto a riconoscere una somma economica (la c.d. buona uscita) come corrispettivo della rinuncia alle rivendicazioni proposte e a garanzia di una chiusura definitiva del rapporto senza strascichi futuri.
L’accordo conciliativo deve essere formalizzato in sede protetta (negoziazione assistita tramite avvocati, Commissione di conciliazione presso l’Ispettorato del Lavoro, sede sindacale) affinché sia valido ed efficace.
Come sopra precisato, la buona uscita è collegata a situazioni di contenzioso in essere o potenziali: l’azienda è indotta a riconoscere un’indennità in denaro per evitare costi e conseguenze legali del contenzioso e, in cambio, ottiene la rinuncia all’impugnativa del licenziamento e/o del trasferimento, la rinuncia a coltivare una domanda di danni da mobbing e/o la domanda di pagamento delle differenze retributive dovute per il superiore inquadramento, ecc.
Esempio: in caso di licenziamento ingiustificato, l’azienda potrebbe essere tenuta a corrispondere un indennizzo determinato in base alle dimensioni aziendali e ad altri fattori del rapporto di lavoro. Viceversa, per il lavoratore potrebbe essere più conveniente, anziché coltivare una domanda risarcitoria in giudizio, accettare una somma inferiore (rispetto a quella potenzialmente ottenibile in caso di esito vittorioso) a titolo di buona uscita, monetizzando però in tempi rapidi la cessazione del rapporto ed evitando incertezze e lungaggini della causa.
Per ciascun caso è necessaria un’assistenza legale qualificata da parte di un avvocato del lavoro che valuti le rivendicazioni proponibili dal lavoratore, la loro sostenibilità in giudizio e l’entità dell’eventuale risarcimento; quindi, a fronte della valutazione rischi/benefici del contenzioso, gestisca la trattativa con il datore per ottenere la migliore buona uscita possibile.
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